Uno, nessuno, centoquarantacinque - Luigi Pirandello

Postato da Ugo La Bella in Recensioni - Evergreen

Il fu Mattia Pascal
Luigi Pirandello
Giunti - 2010
€ 7,50

Centoquarantacinque anni fa nasceva Luigi Pirandello e dopo ogni nascita c’è un battesimo. Si dà un nome a chi non ce l’ha e lo/la si mette sulla strada della vita senza dire altro. Come se bastasse chiamare le cose per dar loro un senso, come se i nomi avessero un contenuto riconoscibile e un significato di per sé consolatorio.

Eppure Pirandello si definiva figlio del Caos in senso etimologico perché nato vicino ad un bosco omonimo (Càvusu) ed in senso metaforico perché non si riconosceva in nulla di stabile, di definibile e di collocabile nei riquadri di un carta d’identità.

Per questo oggi ricordiamo lo scrittore che ha provato a farci comprendere come essere non sia un’imbarazzante certezza, ma una faticosa conquista.

- Quale opera migliore de Il fu Mattia Pascal per sintetizzare al meglio tutto questo? Un uomo insoddisfatto della propria vita familiare ed individuale vive per gli altri ed è morto per sè stesso. Un giorno vince una grande somma di denaro, ma perde la propria identità. Sfrutta la propria morte per rifarsi una vita. Il problema è che, adesso che si sente finalmente vivo, è morto per tutti gli altri. Tutti gli altri che fanno parte di quella società che decide chi sei, se sei. La vita, dunque, non è altro che una convenzione sociale sancita da un burocrate. Il momento perfetto che nel libro definisce al meglio il pensiero pirandelliano è il confronto tra il protagonista e Anselmo Paleari:

“La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette!” venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. “Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci signor Meis”. “La tragedia d’Oreste?” “Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe?”. “Dica lei”. “Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cadere le braccia. Oreste, insomma diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta”. E se ne andò ciabattando”.

Il confronto tra tragedia antica e moderna si risolve nello strappo nel cielo. L’uomo moderno è condannato ad averlo sempre sopra di sé come una sorta di monito permanente che getta nel dubbio chi credeva di sapere e adesso sa solo che ogni certezza è scomparsa. Che tutto ciò in cui credeva non basterà a salvarlo e che non esistono soluzioni ma solo domande. Domande che gettano nell’angoscia l’uomo moderno e lo fanno sentire inadeguato.

Resta da chiedersi cosa avrebbe detto Pirandello della tragedia contemporanea. La stessa che ha visto l’uomo andare dentro quel vuoto nel cielo, esplorarlo e uscirne fuori di nuovo risoluto. Con la certezza che quello strappo non è solo esterno, con l’idea che quel vuoto è parte del nuovo mondo e del nuovo uomo, quello di oggi che si identifica nella pluralità consumistica di oggetti di cui si circonda e gode dell’unica libertà possibile: quella di comprare.

E così Amleto è diventato Estragone. Aspetta qualcuno che non arriverà mai. Aspetta sè stesso. Senza rendersi conto che non basta nascere per dirsi vivi.