INTERVISTA A MAURO FAVALE - L’ASPRA STAGIONE

Postato da Flora Albarano in Recensioni - Interviste

L’aspra stagione
Mauro Favale e Tommaso De Lorenzis
Einaudi Stile Libero Extra - 2012
€ 18,00

L’aspra stagione è un libro molto particolare, scritto a quattro mani da Mauro Favale e Tommaso De Lorenzis e uscito da poco in libreria per l’Einaudi Stile Libero Extra. Lascio il compito di raccontarcelo alle parole di uno dei due autori, Mauro Favale, classe 1978, giornalista professionista dal 2006. Dopo gli inizi a «l’Unità» nella redazione di Bologna, Mauro si è trasferito a Roma e attualmente lavora a «la Repubblica», dove si occupa di politica e di cronaca.

1. Ciao Mauro. Wu Ming 1, nella quarta di copertina del tuo libro, L’aspra stagione, definisce la coppia autorale, Favale e De Lorenzis, “segugi a caccia di un segugio che fiutano l’usta in giro per Roma, intervistano, incollano ritagli e scrivono una storia centrifuga”. Ci racconti dove e quando hai “fiutato” l’idea de L’aspra stagione?

- Le “tracce” di Carlo Rivolta le abbiamo fiutate lungo la A1 e la A4, dalle parti della stazione Termini, di Bologna Centrale e di Torino Porta Nuova, tra il Lazio, l’Emilia e il Piemonte, quando io e Tommaso vivevamo praticamente in tre città diverse, incontrandoci a Bologna e provando a ragionare su una storia che potesse raccontare un periodo cruciale, quello tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 che per noi resta “l’origine dell’oggi”. Carlo Rivolta lo abbiamo avvistato nel 2007, nel mezzo di queste riflessioni, quando nel trentennale del 1977 sono usciti due libri (Ali di Piombo di Concetto Vecchio per Bur Rizzoli in particolare) che recuperavano parte della vita di questo giornalista morto a soli trentadue anni dopo aver vissuto un’esistenza intensissima.

2. Al centro del libro c’è la vita di Carlo Rivolta. Rileggendo, grazie a L’aspra Stagione, alcuni articoli memorabili del cronista ma soprattutto grazie alla ricostruzione che avete fatto della sua tormentata e passionale storia, emerge quasi la figura di un eroe epico e incredibilmente dimenticato fino a oggi. Quanto è stato difficile recuperarne la memoria? Durante la fase di ricerca hai avvertito ostacoli, diffidenza o hai avuto supporto e aiuto da parte di chi aveva conosciuto personalmente Carlo Rivolta?

- Non è stato facile strappare Carlo Rivolta all’unico modo con il quale veniva ricordato durante gli anniversari “tondi” del ’77: luiera banalmente definito “un cronista degli anni ‘70”, quello che aveva raccontato il movimento del ’77 e poco più. Invece Rivolta (che è vero, per la sua vita così particolare ha tutte le caratteristiche per essere associato alla figura di eroe tragico ed epico) è stato uno dei più lungimiranti e lucidi cronisti di quel periodo che ha raccontato meglio e prima di altri non solo la cronaca di Roma (e di interi pezzi di sud, di fabbriche, di partiti, soprattutto quelli a sinistra del Pci) ma anche i fenomeni sociali. A cominciare dall’eroina di cui già nel 1976 segnalava l’avvento e la pericolosità. Dal punto di vista delle fonti orali che ci hanno aiutato nella ricostruzione della sua vita abbiamo trovato grandissima disponibilità da parte di chi gli aveva voluto bene: gli amici, la madre, le compagne erano entusiaste che qualcuno volesse trasferire in un libro la vita di Carlo. Gli ostacoli, diciamo così, sono stati quelli legati alla drammaticità della vicenda e al tempo passato. I ricordi che affioravano nelle interviste non erano tutti cronologicamente esatti e abbiamo dovuto incrociare diverse fonti per arrivare a una ricostruzione quanto più precisa delle vicende personali e professionali di Rivolta.

3. Oggi parliamo con te in qualità di co-autore del libro L’aspra stagione ma tu sei anche giornalista per «la Repubblica». Cosa ha rappresentato per te scavare nell’archivio del tuo giornale e misurarti con la storia di un cronista come Carlo Rivolta che ha influito sullo stesso DNA del quotidiano, quando ancora non era «la Repubblica»? Quanto ti sei sentito vicino e quanto lontano dal quel tipo di giornalismo on the road?

- È stato intenso e importante. Una nuova “scuola di giornalismo”, un’esperienza molto più vicina all’immaginario “mitico” che si ha quando ci si avvicina a questa professione e che bisognerebbe in fretta perdere, viste le difficoltà e le crisi quotidiane che si porta dietro questo mestiere. È stato interessante immergersi nella lettura di quei pezzi e vedere cos’era quella Repubblica dei primissimi anni che ha contribuito in maniera così potente a cambiare diversi canoni del linguaggio giornalistico. Rivolta, poi, aveva una scrittura incredibilmente efficace e, insomma, è stato davvero bello e istruttivo leggere i suoi pezzi.

4. Il libro ci narra le vicende di Carlo Rivolta ma in realtà non siamo di fronte alla semplice biografia di un uomo ma a quella di un Paese, l’Italia del passaggio dagli ultimi anni Settanta ai primi anni Ottanta, uno snodo cruciale, doloroso e appunto “aspro” che ha segnato le sorti del nostro presente. Una stagione di cui si parla tanto ma con cui ancora abbiamo difficoltà a confrontarci, una ferita aperta e sanguinante per un’Italia che “non sogna più. Ha smesso di farlo un mattino di maggio del 1978”. Che valore ha avuto per te, che sei nato negli anni Settanta, rivivere i fatti convulsi di quel lungo decennio, soprattutto in relazione a questa nuova “aspra stagione” che viviamo tuttora?

- C’è stato straniamento e immedesimazione allo stesso tempo, per tentare di entrare nel clima così pazzesco di quegli anni, quando nei pomeriggi romani poteva capitare di assistere a una sparatoria all’Alberone, all’incendio di un autobus al Tiburtino, a un’occupazione al Casilino, a una manifestazione in centro con le pistole spianate. Non è stato semplice, insomma, capire come poteva essere quell’Italia di allora, confrontata anche a quello che accade oggi. Anche in questi mesi, in questi anni, stiamo vivendo un’aspra stagione che ha non pochi richiami e rimandi a quella di trentacinque anni fa: allora si parlava di austerità, oggi si parla di austerity, allora c’era un governo “di unità nazionale”, oggi abbiamo una “strana maggioranza” che appoggia l’esecutivo. La differenza, forse, è la prospettiva: alla fine degli anni ’70, prima che tutte le alternative venissero scartate, mi sembra che ci fosse ancora un fondo di ottimismo. Oggi mi pare che l’ottimismo duri lo spazio di tempo che separa una vittoria in semifinale agli Europei dalla debacle della finalissima.

5. A proposito di ciò, il libro si chiude con i Mondiali del 1982, a cui Rivolta, già scomparso, non potè assistere: quello fu uno dei rari momenti i cui gli italiani si unirono e si sentirono parte di un unico Paese, al di là di odi e divisioni. Anche oggi, come allora, in occasione degli Europei (è stato così anche per i Mondiali vinti nel 2006) l’Italia si mobilita e scende in piazza, festeggia e si sente “patria”. Solo il calcio sembra riuscire a smuovere la nostra nazione. Lo spirito di lotta che pervade le cronache di Rivolta e che trasuda dalle pagine del tuo libro, secondo te, è seppellito in maniera così profonda da non essere recuperabile oppure pensi che sia possibile presto un nuovo risveglio?

- Non è semplice: soprattutto alla luce delle sconfitte che in questi anni le lotte sociali hanno dovuto affrontare. Quando ci siamo messi a scrivere questo libro avevamo bisogno di elaborare sconfitte personali e politiche vissute tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni Zero. Anche Rivolta, che inizialmente fa la cronaca di un movimento nuovo, creativo, che lotta per un cambiamento, si trova a dover raccontare il riflusso, le battaglie perse, il vero e proprio abbandono del campo da parte di pezzi numerosi e importanti di quella generazione. In questo modo è stato anche importante provare a metabolizzare attraverso quell’esperienza quello che il “movimento dei movimenti”, da Seattle alle manifestazioni internazionali contro la guerra in Iraq aveva seminato, perso per strada o lasciato in sospeso. Sul futuro, vedremo: è necessario “un nuovo risveglio”, come lo chiami tu. E lentamente se ne sta prendendo coscienza non solo in Italia ma anche in giro per l’Europa. Bisogna capire come verrà gestita questa consapevolezza e se ci sarà voglia di rimettersi in cammino.

6. Uno dei grandi meriti del tuo libro è la capacità di creare una forte tensione che cattura il lettore dall’inizio alla fine, in un climax ascendente. Anche se si parla di fatti storici noti, come il sequestro Moro, ad esempio, L’aspra stagione crea una sottile suspence, un grande pathos che non è proprio di un saggio ma appartiene molto di più al genere romanzesco. Eppure non è facile dare un’etichetta a un libro che spazia egregiamente dalla biografia alla narrativa, dal saggio al reportage. Ci sveli come avete ottenuto un simile effetto? C’è studio o casualità in questo singolare e affascinante modo di raccontare?

- Di casuale, ahimè, non c’è nulla: diciamo che avevamo in mente di fare ciò che abbiamo fatto. Speriamo d’esserci riusciti: volevamo raccontare una storia in questo modo, che avesse il rigore e la densità dei fatti ma che potesse “catturare” il lettore come un romanzo. Per questo abbiamo spinto tantissimo sul “montaggio” delle scene, sui flashback o sull’ “avanti veloce”, sull’anticipazione e sullo svelamento, nella speranza che il lettore ci concedesse un po’ di fiducia, almeno inizialmente, per affrontare il libro. Alla fine, crediamo che tutto torni, proprio come in un romanzo.

7. A proposito di scrittura, non posso non farti la prima domanda che mi è sorta leggendo L’aspra stagione. Il libro è scritto a quattro mani da te e Tommaso De Lorenzis. Ma nessuno si accorgerebbe mai di ciò se non ci fossero due nomi in copertina. Come avete fatto a uniformare i vostri stili e a procedere nella stesura del testo?

- Io e Tommaso conosciamo la reciproca scrittura da anni, sappiamo come scriviamo, abbiamo lavorato già insieme. Io ho cercato di “liberare” la penna dalle necessità di rigore espositivo proprie del giornalismo e, insomma, c’è stata un’uniformità di stile sulla quale non abbiamo dovuto lavorare poi tanto. Il trucco, poi, è stato fare gli editor di noi stessi e continuare a lavorare sul testo passandolo e ripassandolo.

8. Ti saluto con una curiosità da “lettrice interessata”. L’aspra stagione avrà un seguito? Quale sarà il futuro del duo Favale - De Lorenzis? Progetti in cantiere?

- Nonostante le ondate di “Scipione” e “Caronte”, diciamo che stiamo provando a ragionare su quello che vorremmo fare. Ma per adesso fa ancora troppo caldo per parlarne...