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Educazione siberiana - Lilin Nicolai - Librandum

Educazione siberiana - Lilin Nicolai

Postato da Ugo La Bella in Recensioni - A pesca di libri

Educazione siberiana
Lilin Nicolai
Einaudi - 2009
€ 20,00

La educación della Mala

La sensazione di far parte di qualcosa e star bene anche se quel qualcosa non corrisponde al bene comune. Che il bene comune poi è solo il bene di alcuni. Ma, allora, cos’è il bene vero? Quello difeso a manganellate dai poliziotti? Quello tenuto in cassaforte dalle banche? Quello protetto dai muri e gestito dagli eserciti?

Forse, il bene comune è semplicemente quello in cui stai bene, che non va difeso semplicemente perché è esso stesso la difesa, il rifugio, la casa. E non c’è niente di più bello che sentirsi a casa, soprattutto quando dalla tua ti hanno appena cacciato e, allora, hai solo bisogno di star vicino a chi è come te. Di trovarti in un gruppo di fratelli in cui il male è l’autorità ed ogni sforzo deve essere rivolto alla lotta contro di essa. Perché l’unica speranza di avere un’identità propria è il rispetto dei valori della comunità. Ed al suo interno vanno cercati quei significati che danno la forza di essere al mondo senza compromessi. Come se avere una pistola tra le dita ed un coltello nel taschino non avesse nulla a che fare con la violenza, ma pretendesse di essere l’ultimo gesto di tenerezza, l’estremo atto di resistenza al irregimentamento capitalistico delle emozioni che violenta l’anima e non riconosce libertà altra che non sia quella di comprare.

Nicolai Lilin, autore e protagonista di questo libro, ha vissuto per molti anni a Tighina. Il suo è un vero e proprio Bildungsroman al contrario, un romanzo di de-formazione in cui il protagonista trova nel male, non un ostacolo da superare, ma un trampolino di lancio nel processo di crescita. Nelle pagine di questo libro, l’autore racconta in un italiano privo di fronzoli ed artifizi stilistici e, per questo, letterariamente “puro”, la sua infanzia, adolescenza e maturità nella comunità criminale di origine siberiana (Urka Siberiani) stanziata in Transnistria, dopo la deportazione ad opera del regime di Stalin.

La Transnistria è una regione dell’ex Repubblica Socialista Sovietica Moldava (oggi Moldova) autoproclamatasi indipendente nel 1990, ma non riconosciuta da nessuno Stato. Una zona di frontiera in cui si incontrano eterogenee morfologie di individuo caratterizzate da differenze etniche (ceceni, armeni, ucraini, rumeni, moldavi), religiose (ortodossi, musulmani, ebrei) e sociali (gruppi diversi gestiti da “clan” diversi). Ad accomunare il destino degli abitanti della Transinistria, però, ci sono: la marginalità politica (non ce n’è uno che non scappi da qualcosa); l’ostilità nei confronti di qualunque autorità; la criminalità come unica forma di attuazione di una primitiva forma di gestione economica, basata perlopiù sul contrabbando; la struttura legislativa con impianti giuridici di stampo tribale ed ognuna delle tribù gestita sulla base di leggi diverse che si occidentalizzano man mano che ci si avvicina al centro, laddove le icone vengono sostituite dal rublo e la pistola che ti minaccia non è quella del malvivente, ma del poliziotto.

Quest’ultimo, il nemico per eccellenza, il simbolo del potere che deruba per arricchirsi, che opprime per rafforzarsi e sottrae la libertà degli altri per aumentare la propria. Ben educati al male, i protagonisti del romanzo difendono a costo della vita quella libertà selvaggia propria del loro habitat naturale di riferimento, la taiga, laddove i loro antenati dovevano rendere conto a Dio. E a nessun altro.

La comunità che Lilin descrive è regolata da leggi interne non scritte, ma rigidamente osservate. Esistono i divieti assoluti di stupro e strozzinaggio; lo spaccio di stupefacenti, i furti e le rapine sono consentiti se compiuti nei confronti dello stato e dei ricchi; l’omicidio è autorizzato se giustificato da una giusta causa. L’omosessualità attiva e passiva in carcere è proibita. La persona va rispettata, a meno che non sia un poliziotto ed, allora, il servo del potere non viene considerato degno neppure di interloquire con i criminali. Questi ultimi non considerano la ricchezza un qualcosa da ostentare. Anzi, essi vivono nella più totale povertà, ritenendo i prodotti del consumismo sfrenato una sorta di invasione americana della loro libertà. Una libertà difesa ogni giorno su quell’immenso campo di battaglia che è la grande madre Russia. Un universo di contraddizioni, dopo il crollo del muro, che non lascia spazio a nessun che non sia in grado di difendere quanto di più prezioso possieda: la dignità. Perché la fame, come insegna il vecchio Kuzja, viene e va, ma la dignità una volta persa non torna più.

Lilin descrive, inoltre, la complessa simbologia dei tatuaggi siberiani e mostra come essi rappresentino una carta d’identità del criminale. La pelle, ricoperta di simboli religiosi e non, dice tutto e copre i silenzi che sono la vera forza dei personaggi di Lilin, in grado di conservare un’umanità straordinaria in un microcosmo disumano. Un’umanità priva di alienazioni capitalistiche e capace di tener lontano da sé ogni tentativo di commercializzazione dell’individuo proveniente dal mondo esterno. Un’umanità in grado di trattare con affetto i bambini e le donne, di accettare con intelligenza e delicatezza i portatori di handicap. Un tratto minuscolo di mondo in cui la volontà di resistere ai dardi del destino crolla quando Ksjusa viene stuprata.

Questo tragico evento è lo spartiacque della narrazione e della vita del protagonista. Nulla sarà più come prima e le certezze accumulate nel culto religioso dei propri ideali e dei propri lari domestici sembreranno di un colpo perdere il loro senso atavico. Persino la giustizia applicata secondo leggi proprie, più vicine al codice di Hammurabi che all’odierno foro, è destinata a non dare soddisfazione. Perché la giustizia, quella umana almeno, non esiste e, quando entra in azione, è sempre “orribile e sbagliata. Per questo motivo, solo Dio può giudicare. Peccato che, in alcuni casi, noi siamo obbligati a superare le sue decisioni” e accettare quel senso di vuoto che si apre dentro di noi, quando un fiore viene calpestato e, a quel punto, il prato non è più quello di prima. Sembra che madre terra si ribelli ed il suolo si divarichi sotto i nostri piedi nel tentativo di sprofondarsi al più presto in un canyon di dolore.

Un vero e proprio abisso che nessuna religione, nessun sistema di valori sociopolitici, nessun organismo pedagogico potrà mai colmare, perché fa parte della condizione umana e, a volte, è la vita stessa.