Cate, io - Matteo Cellini

Postato da Mara Bevilacqua in Recensioni - Ultime dagli scaffali

Cate, io
Matteo Cellini
Fazi Editore - 2013
€ 13,60

Non ho fatto da subito il tifo per Cate. E forse non l’ho fatto mai. Credo che questo dipenda dall’età. I suoi coetanei faranno probabilmente il tifo per lei, il tifo per sé stessi.

Cate è l’iperconsiderazione di sé piuttosto tipica nell’adolescenza: tutti sono stati Cate, altrimenti sono passati troppo rapidamente - ahiloro - dall’indifferenza benevola dell’infanzia alla gerarchia coscienziosa dell’età adulta.
Cate si reputa il centro del mondo e fa della sua mole l’asse terrestre, il nucleo gravitazionale di chiunque altro. Lo fa perché deve trovare un senso a questa macro caratteristica, perché l’adolescenza è il momento in cui bisogna trovare risposte ai perché, per forza. Il momento in cui sfugge - a volte per sempre - che non tutto ha un perché e soprattutto che non a tutto serve un perché.

Cate mette sé stessa in bocca agli altri, continuamente, silenziosamente, tirannicamente. Cate si moltiplica e si infila in ogni potenziale buco per evitarne il collasso. Cate, con la sua grassezza, si fa schermo di tutto il resto e si attacca parossisticamente all’unica certezza che ha, la sua intelligenza. Ma Cate di gigantesco ha solo la paura e l’inadeguatezza (esattamente come un’adolescente anoressica).

Epperò Cate, che è tanto intelligente, fa l’errore che fanno i più stupidi: non guarda mai oltre sé stessa. E quando lo fa ha uno sguardo talmente annebbiato, talmente alterato da lenti che solo lei ha molato e indossato da non vedere altro che una distorsione della realtà. Cate è sempre in acido, un bad trip che le mette davanti solo la peggiore delle ipotesi possibili, perché così fanno quelli che hanno paura ma non sono pavidi. Affrontano il drago sempre, sempre, sempre. Perché solo così, con l’allenamento, sapranno riuscire a scapparvi.
Cate non trova soluzioni, Cate trova alternative. Non dà confidenza, fa le strade secondarie, dice no a priori.

Cate ribolle di rabbia perché chi si nega il mondo ha più voglia di vivere di tutti.
La disperazione è una pianta parassita e rampicante che si moltiplica come il peggiore dei virus. Cate la coltiva, nemmeno ce ne fosse bisogno. La nutre, la coccola. Qualunque situazione, per quanto tragica, quando è ben conosciuta, quando è il contesto abituale in cui (non) ti muovi è meglio dello sconosciuto "altro" al di fuori di essa. (E piangersi addosso dà soddisfazioni effimere sì, ma così intense che ben pochi conoscono.)
Le soglie sono confini. Di qua sei Caterina, di là sei sola e basta.

Il terrore di Cate è l’imprevisto, l’incapacità di non essere in grado di vigilare tutti i suoi confini. L’incapacità di non essere che mattone - che cede solo se spaccato, con dolore - invece di essere permeabile, gommosamente pronta a fare spazio senza traumi e altrettanto naturalmente a respingere l’intruso senza troppi sforzi.
E poi Cate fa la cosa più ovvia di tutte: spera nel futuro. Spera che il futuro che ha immaginato sia quello che ha immaginato. Senza forze, al momento, e senza strumenti per fare il futuro ora - perché il futuro non è la laurea, ma uno spazio fisico e mentale con un buco a forma di Cate in cui collimare perfettamente, in cui essere sé stessa - Cate vive il presente in una clausura forzata dentro il peggio di sé, quasi vittima di una sorta di sindrome locked-in.

Questa è Cate nella prima metà del libro, la Cate a cui avrei dato volentieri un calcio in culo, quel calcio che si aspettava da tutti ma che nessuno ha mai nemmeno ipotizzato, nemmeno Anna la santa, che ne avrebbe avuto di ben donde. E, per inciso, Cate il calcio in culo se lo meritava tutto. Ma era troppo brava a nasconderlo.
A questo punto succede che a Cate cede l’impalcatura. Cate ha bisogno di una pausa (ad effetto). Cate che (mentendo) vuole solo passare inosservata, si mangia la sua festa di compleanno. Cate finalmente, senza nemmeno rendersene conto - ma l’istinto di sopravvivenza a qualcosa servirà - chiede aiuto. E le regalano l’unica cosa che le serviva: uno sguardo nuovo.

Tutto è esattamente come prima, tutti sono esattamente gli stessi. Solo lo strato chilometrico di paura che Cate aveva messo tra lei e il resto del mondo è andato via, o perlomeno ha iniziato ad andarsene, espulso dagli emetici.
Allora Cate impara la regola numero uno per tenere a bada la paura - un po’ per volta, certo, nessuno si illumina all’improvviso completamente: guardare all’esterno e focalizzarsi su un punto che vale la pena; gli altri non importano, non tutti i confini permettono l’accesso alla città sacra.
Per questo, nella mia personale interpretazione del libro, Cate è più adolescente che cicciona, nonostante tutto.

E anche se ormai hai 31 anni, quell’io del titolo ha un senso e ti puoi immedesimare, perché sicuramente ti ritornerà in mente tutto l’egoismo dei tuoi 18 anni, tutte le inutili pippe mentali che ti facevi, tutte le sofferenze immani, tutto lo splendore dell’abisso. E tirerai un soddisfatto sospiro di sollievo.